
Il sushi è uno dei cibi più amati, specie dai giovani. Ma siamo sicuri possano mangiarlo tutti? Risponde la Dottoressa Elisabetta Macorsini, nutrizionista
Il sushi, ormai da anni, è entrato a pieno titolo nella nostra alimentazione. Piace perché è gustoso, è colorato e, mangiato con le bacchette, conserva il suo fascino esotico. Eppure quando si decide di gustare questo piatto giapponese occorre scegliere con cura il ristorante in modo che la qualità possa essere garantita. In occasione della Giornata mondiale del sushi che ricorre il 18 giugno, scopriamo con Dottoressa Elisabetta Macorsini, biologa nutrizionista di Humanitas Mater Domini e dei centri medici Humanitas Medical Care tutti i benefici e a cosa fare attenzione.
Sushi: quali benefici
«Il sushi è un piatto che può offrire numerosi benefici nutrizionali. I carboidrati del riso forniscono energia al nostro organismo. Le proteine del pesce sono essenziali per la crescita e la riparazione dei tessuti. In più gli omega 3, contenuti soprattutto nel pesce azzurro e nel salmone, aiutano a ridurre il rischio di diabete e di malattie cardiache. Occorre sottolineare che, non essendo sottoposto a cottura, il sushi mantiene integre molte vitamine, tra cui A, B1, B2 e B5 e D. A queste si aggiungono le vitamine A,B,C contenute nell’alga nori, che è ricca anche di fibre e di minerali, come iodio, magnesio, calcio e ferro. Bisogna però segnalare la carenza di fibra alimentare, in particolare quella solubile. Ecco perché è importante integrare un’alimentazione a base di sushi con frutta e verdura. Attenzione alle formule “all you can eat” che possono portare ad un consumo eccessivo, rendendo questo pasto meno salutare», consiglia la Dottoressa Macorsini.
Esistono dei rischi legati al consumo di sushi?
Il consumo di sushi non porta solo benefici: può essere anche rischioso se non viene rispettato il corretto iter di preparazione del pesce crudo. «Quest’ultimo, infatti, deve essere abbattuto a temperature inferiori ai -20°C per almeno 24 ore per eliminare la maggior parte dei batteri e parassiti nocivi per la salute», avverte l’esperta. Secondo quanto sottolinea il Ministero della Salute: “L’anisakidosi o anisakiasi è un’infezione parassitaria del tratto gastrointestinale causata dall’ingestione di pesce crudo o non sufficientemente cotto contenente le larve di parassiti appartenenti alla famiglia Anisakidae. Una volta ingerite, le larve di anisakidi spesso muoiono e non provocano disturbi. In alcuni casi, tuttavia, le larve vive possono invadere la mucosa dello stomaco (gastrica) o dell’intestino causando la anisakidosi gastrointestinale”.
I campanelli dall’allarme
“La forma acuta dell’infezione è generalmente quella gastrica, caratterizzata da nausea, vomito e dolori alla “bocca dello stomaco” che possono comparire da 4 a 6 ore dopo aver mangiato pesce infestato. Nella forma intestinale, segni e disturbi (sintomi) possono manifestarsi anche 7 giorni dopo l’infezione con febbre, aumento dei globuli bianchi (leucocitosi), vomito, diarrea, dolori addominali e nausea. Talvolta, le larve possono perforare la mucosa gastrointestinale, causando emorragie. In rari casi le larve si localizzano al di fuori dell’apparato gastrointestinale. Possono anche provocare manifestazioni allergiche di vario grado che vanno dall’orticaria alla congiuntivite fino, nei casi più gravi, allo shock anafilattico”, continua il Ministero della Salute.
Sushi: chi deve evitarlo
«Pur essendo un piatto gustoso, c’è chi dovrebbe evitare il sushi. Tra questi, di sicuro i bambini sotto i 12 anni, il cui sistema digerente non è ancora completamente sviluppato, gli anziani, più suscettibili alle infezioni, nonché pazienti con particolari patologie ed un sistema immunitario compromesso. Occorre inoltre sottolineare che il pesce rientra tra gli alimenti allergenici, tanto che molti pediatri consigliano di inserirlo nell’alimentazione infantile solo al termine di un percorso d’introduzione di tutti gli altri alimenti. Inoltre, è non è consigliabile per le donne in gravidanza. Chi proprio non può farne a meno, potrà scegliere la variante cotta», conclude la Dottoressa Macorsini.
Fonte: Io Donna
